Il volontariato all’università

Come fare volontariato all'universitàPer chiunque sia interessato è possibile svolgere attività di volontariato anche presso le università, la modalità più diffusa è quella del servizio civile, ma nel corso dell’anno negli atenei italiani si svolgono molte manifestazioni ed eventi legati alla solidarietà.

Il servizio civile e le università

Il servizio civile, di pari passo con l’obiezione di coscienza, fino a qualche anno fa costituiva l’alternativa alla leva obbligatoria, tuttavia la sua forma è cambiata radicalmente dal 2005, periodo in cui è stato annullato l’obbligo del servizio militare. Attualmente il servizio civile è aperto a tutti i giovani che vogliano impegnarsi attivamente per il bene comune e le persone svantaggiate; le università offrono molti progetti, dando la possibilità ai propri studenti di sviluppare un percorso umano da affiancare alla preparazione prettamente scolastica. Sempre con l’ausilio delle università è possibile recarsi anche all’estero per espletare alcuni dei 12 mesi totali del proprio servizio civile; l’opera di volontariato si svolge presso enti pubblici, privati o semi privati, come ad esempio cooperative, associazioni e onlus. Il valore dell’attività svolta può essere riconosciuto dall’università anche sotto forma di crediti formativi, contribuendo così non solo sul piano del bagaglio esperienziale del giovane, ma anche ai fini del conseguimento della laurea. Tutti gli atenei italiani ogni anno presentano i loro progetti, tuttavia l’accesso alle attività è limitato dalle esigenze dell’ente richiedente (che può essere anche interno alla struttura universitaria), se si viene scelti si dovranno svolgere le mansioni richieste per tutto l’arco dell’anno. Poiché si tratta di volontariato non c’è un compenso per questo lavoro, ma si possono ottenere dei piccoli rimborsi per le spese affrontate durante il suo svolgimento.

Il volontariato nelle università

Le università ospitano spesso manifestazioni o eventi legati al sociale e alla solidarietà. Essendo per natura luoghi di grande aggregazione, spesso situati in punti chiave di città importanti con strutture atte a ricevere numerose persone, si prestano ad ospitare conferenze e attività volte alla sensibilizzazione o ad azioni più concrete. Ad esempio alcuni atenei consentono l’utilizzo dei propri spazi per manifestazioni di pubblico interesse oppure per la raccolta firme da parte delle associazioni, fino anche a costituirsi sedi per la donazione del sangue in convenzione con l’Avis. Bisogna infatti pensare che molti atenei sono anche sedi di facoltà di medicina e policlinici universitari, pertanto molti progetti di solidarietà possono essere portati avanti in questo senso, così come nel campo dell’integrazione interrazziale nel caso di facoltà di lingue oppure con associazioni ambientaliste nel caso di studi di veterinaria, zoologia e affini. In ogni caso tutti gli studenti vengono supportati nel loro percorso di volontariato grazie a determinate agevolazioni o riconoscimenti da parte dell’istituto universitario. La scelta fra le attività benefiche è piuttosto varia e i progetti vengono elaborati sia più o meno da tutti gli atenei in quanto il volontariato si configura esso stesso come un’esperienza formativa messa a disposizione dalle università in favore della crescita personale dello studente. In questo modo lo studente riesce a crescere sia sul lato della conoscenza che dal punto di vista umano.

Foto: Robert Kneschke

La partecipazione politica e universitaria dagli anni ’60 ad oggi

Come si evoluta la partecipazione politica e universitariaGli anni ’60 hanno segnato un periodo molto importante per l’ingresso della politica nelle università, sia sotto forma di proteste strutturate che come luogo di aggregazione in cui coordinare opere di impegno sociale.

Università e politica fino agli anni ‘80

Dei veri e propri gruppi di universitari politicamente organizzati e comunemente definiti come “movimenti studenteschi” hanno caratterizzato la vita sociale e politica delle università fin dagli anni ’60. I moti più famosi risalgono al 1968, la cui portata fu internazionale in quanto i giovani unirono la protesta universitaria a contestazioni di più ampia portata, come quelle contro la guerra in Vietnam e la richiesta di nuove riforme sul piano sociale, come l’accesso agli studi anche per le classi meno abbienti. In Italia il clima teso si prolungò fino agli anni ’70, in concomitanza con gli anni di piombo, assumendo le sembianze di una protesta politica contro le istituzioni la quale ebbe il suo culmine col movimento del 1977, con l’ulteriore sostegno dei gruppi femministi e del partito radicale. Questa protesta ebbe una connotazione estremamente sociale in quanto i suoi esponenti si fecero portavoce di minoranze e ceti svantaggiati; i mezzi adottati erano quelli della controinformazione, ovvero la diffusione di informazioni alternative a quelle trasmesse dalle reti ufficiali tramite radio libere e riviste autoprodotte. Il movimento del ’77 vide diffondersi tra gli attivisti una sfiducia nei confronti della politica ufficiale, inclusi i partiti parlamentari di sinistra e le organizzazioni sindacali, tuttavia rimase pervaso da un forte sentimento antifascista, schierandosi contro l’autorità e la repressione, con una forte impronta pacifista.

Università e politica dagli anni ’90 ad oggi

Nel 1990 una nuova protesta politica scaturì dalle università contro la riforma del ministro Ruberti, questa si caratterizzò per il gran numero di occupazioni seguite alla formazione di una sorta di network tra gli atenei grazie all’uso del fax. Questa protesta prese il nome di “movimento della pantera” per via di un’analogia creata da alcuni attivisti per realizzarne lo slogan. Il movimento ebbe dei momenti di grave crisi quando venne sospettato di infiltrazioni estremiste interne, tuttavia si sciolse a seguito di alcuni emendamenti della riforma concessi dallo stesso ministro che in modo conciliante limitavano le cause del dissenso che aveva portato alla protesta. Altre proteste di natura simile scoppiarono nel 1997 e nel 2003 a seguito delle riforme della scuola dei ministri Berlinguer e Moratti, che hanno portato a delle riorganizzazioni importanti sia nell’ambito della scuola primaria che superiore, fin negli atenei. Nel 2008 la protesta contro la riforma del ministro Gelmini ha assunto dei toni fortemente polemici nei confronti dei tagli all’istruzione programmati per affrontare in Italia la crisi economica diffusa a livello mondiale. Il movimento ha preso il nome di “Onda”, il cui motto era “Noi la crisi non la paghiamo”, questo dissenso si esprime tuttora negli atenei italiani ed ha continuato a battersi contro i tagli della riforma anche nel 2009 e nel 2010, con manifestazioni studentesche, cortei e occupazioni, spesso supportate anche da gruppi di docenti contrari ai riassetti organizzativi ed ai tagli.

Foto: Rahul Sengupta – Fotolia

Merkel e l’uscita della Grecia dall’euro

Le riforme della MerkelIl default finanziario della Grecia incombe sulla stabilità dell’euro zona in modo sempre più critico, per questo motivo Angela Merkel, cancelliere tedesco, si è espressa in modo deciso di fronte agli intervistatori della BBC, dichiarando di essere disposta ad appoggiare la proposta di ulteriori aiuti economici nei confronti del Paese.

L’idea di perdere la Grecia è inaccettabile

Le recenti dichiarazioni della Merkel nei confronti della situazione in Grecia, mostrano come la sua opinione sia radicalmente mutata rispetto al 2010, anno in cui si era strenuamente battuta affinché gli Stati membri dell’Unione coi bilanci più virtuosi non dovessero pagare il debito di quelli in difficoltà. Allo stato attuale delle cose e alla luce degli sforzi della Grecia e degli altri paesi sotto osservazione, pur in un momento delicatissimo, la Merkel ora esclude la possibilità di un’uscita di Atene dall’Eurozona. Ma anche garantendo il proprio assenso all’aumento degli aiuti, il cancelliere sottolinea come questa situazione debba servire da monito per i futuri sviluppi della moneta unica, auspicando una maggiore attenzione e sobrietà da parte di tutti gli Stati membri. La Germania, di nuovo nel ruolo di guida dell’Europa, rassicura gli altri stati e lancia un messaggio molto chiaro: nessuno deve essere abbandonato, ma per uscire tutti insieme dalla crisi è necessario uno sforzo congiunto che oggi mette l’Unione a dura prova. In questo contesto la Merkel auspica inoltre un maggior coinvolgimento del Regno Unito nelle politiche economiche comunitarie.

Il pericolo della fuoriuscita della Grecia

L’uscita della Grecia dall’Eurozona costituirebbe un danno enorme per gli equilibri della UE, sia dal punto di vista economico che sociale, infatti in questo momento storico non è possibile immaginare un ritorno alle monete nazionali. Innanzitutto c’è la convinzione comune che i singoli paesi europei non siano in grado di competere da soli con le altre realtà emergenti che si stagliano sui mercati internazionali. C’è da considerare inoltre l’effetto domino che la fuoriuscita della Grecia dall’Eurozona comporterebbe sugli altri stati membri in crisi, come Italia, Spagna e Portogallo. In ogni caso la possibilità di venire esclusi creerebbe diffidenza e timori, diffondendo un clima di sfiducia che finirebbe per ripercuotersi sui mercati, con un gran danno economico per l’intera UE. D’altra parte l’esempio di Atene, così come degli altri stati che hanno continuato ad indebitarsi per anni, deve essere un monito per tutti i paesi membri e uno spunto di riflessione per i vertici della UE affinché vengano create forme di controllo più efficaci sui bilanci e delle politiche economiche comuni. In questo contesto la speranza è che i paesi più a rischio riescano a portare avanti con successo il risanamento del debito pubblico, rientrando entro limiti accettabili in tempi brevi; in virtù di una tale dimostrazione di impegno e buona fede l’Europa si impegnerà a sostenerli fino alla fine. L’attuale crisi probabilmente sta sottoponendo l’Unione Europea alla prova più dura dalla sua fondazione, soprattutto nei confronti della moneta unica, ma se tutti gli stati riuscissero a superare questo momento, di sicuro ne uscirebbe rafforzata e molto più coesa.

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Monti e la riforma del lavoro

Il nuovo governo MontiIl governo tecnico del presidente Monti dal giorno della sua costituzione fino ad oggi si è impegnato in un progetto economico enorme iniziato con un aumento della tassazione per tamponare la crescita del debito pubblico, per poi giungere alla progettazione di grandi riforme strutturali in grado di garantire la ripresa dell’Italia.

Monti e il mondo del lavoro

Il presidente Monti e il suo governo si stanno battendo contro l’opposizione di partiti e sindacati per riuscire a far passare la riforma del lavoro, ovvero una serie di provvedimenti strutturali che dovrebbero garantire la ripresa economica del nostro paese. Fra le decisioni più discusse ci sono l’innalzamento dell’età pensionabile, la questione delle liberalizzazioni e l’articolo 18. Nonostante le proteste e le polemiche di alcune rappresentanze, Monti dichiara la necessità di procedere verso la riforma senza troppi cambiamenti al decreto originale del governo, pur non sbilanciandosi in previsioni rosee garantisce almeno una diminuzione dei dati di recessione. Sostanzialmente le liberalizzazioni dovrebbero servire ad ampliare l’accesso da parte di nuovi imprenditori all’interno di mercati “chiusi”, gestiti da alcune categorie, come quella dei tassisti e dei farmacisti, il tutto si concretizzerà con un aumento delle licenze disponibili consentendo di creare maggiore concorrenza in alcuni settori, con successivo abbassamento dei prezzi, a favore dei consumatori. Per quanto riguarda l’articolo 18, ovvero la possibilità per le aziende di licenziare più facilmente, prospetta per gli italiani una rinuncia all’idea del posto fisso che peraltro, in un paese in cui sempre più lavoratori vengono impiegati con contratti a tempo determinato, non rappresenta già più un ideale comune, quanto meno fra i giovani. Tuttavia il contraltare al “licenziamento facile” dovrebbe essere rappresentato da maggiori prospettive di assunzione per i giovani, impostando un maggiore controllo sulle aziende e regolarizzando il precariato dilagante. Alcuni sindacati e forze politiche hanno espresso critiche e opposizioni a questa serie di riforme, ma il premier si è mostrato deciso nel voler perseguire questo obiettivo, in quanto ritenuto necessario per la ripresa economica italiana sul lungo periodo.

Monti, lavoro e università

Per quanto riguarda il rapporto tra università e mondo del lavoro, il governo Monti propone anche l’annullamento del valore legale del voto di laurea incentrando il sistema di merito sull’ateneo da cui si proviene. Ciò significa che questo cambiamento comporterebbe la pubblicazione di una lista di università virtuose di riferimento, selezionate attentamente, che dovrebbe garantire una maggiore affidabilità nella valutazione delle competenze dei laureati. Difatti molto spesso sono stati riscontrati squilibri fra le valutazioni delle università italiane, in questo modo per accedere ai concorsi pubblici più che il voto di laurea farebbe fede l’ateneo in cui questa sia stata conseguita. In pratica si propone un sistema di monitoraggio in grado di superare alcuni limiti e discrepanze rilevati fra le diverse preparazioni mostrate dai candidati a parità di voto conseguito presso università diverse. Chiaramente lo scopo di queste riforme è quello di rinnovare dal profondo la società italiana in modo da poterla rendere più competitiva e ricettiva nei confronti degli sviluppi economici internazionali.

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La ricerca nelle università italiane

Le nuove frontiere delle università d'ItaliaLa ricerca nelle università italiane viene svolta da figure specializzate, ovvero i ricercatori, tuttavia anche i professori universitari sono tenuti a portare avanti progetti di questo tipo e a lavorare su pubblicazioni periodiche.

La ricerca e i ricercatori

La ricerca in Italia si svolge soprattutto nelle università, in ogni caso la figura del ricercatore fa capo dal 2005 ad una direttiva europea che definisce come tale qualsiasi operatore che si dedichi ad un’attività di ricerca dopo la laurea. La prima formazione dei ricercatori dura quattro anni, in seguito ricevono la qualifica definitiva. Nell’ordinamento italiano la figura del ricercatore è una carica che segue quelle del professore ordinario ed associato, talvolta le sue mansioni si confondono con quelle degli assistenti universitari anche se in teoria il ricercatore dovrebbe svolgere prettamente ricerca e dedicarsi all’insegnamento solo in alcuni casi. La maggior parte dei ricercatori nelle università italiane svolge il suo lavoro con contratto a tempo determinato, della durata di tre anni, con possibilità di rinnovo. L’accesso a questa carica si ottiene tramite concorso, i bandi vengono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, presso gli atenei e sui siti istituzionali di riferimento. I ricercatori possono prestare la loro opera anche presso enti (pubblici o privati) e aziende che si occupino di ricerca e sviluppo.

Il valore della ricerca nelle università

I ricercatori costituiscono la linfa vitale del sistema universitario in quanto sta a loro sviluppare nuovi strumenti per il progresso delle conoscenze, tuttavia diversi tagli all’istruzione e uno stato giuridico poco chiaro hanno contribuito a rendere la vita lavorativa di questi operatori molto complessa. In questo contesto il CNRU (coordinamento nazionale ricercatori universitari) si impegna per garantire a tutti gli appartenenti a questa categoria condizioni di lavoro accettabili che possano permettere loro di portare avanti la ricerca liberamente e con mezzi appropriati. Il coordinamento nazionale si occupa di porre all’attenzione del Ministero dell’Istruzione e della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane le necessità dei ricercatori al fine di tutelarne l’operato. I ricercatori si occupano quindi di studio e pubblicazioni, con la possibilità di svolgere ruoli di tutoraggio nei confronti degli studenti, soprattutto tesisti, e di tenere seminari conformi al loro campo di studio. L’attività universitaria dei ricercatori si può affiancare anche a collaborazioni con importanti enti scientifici, come il CNR, o istituti privati che si occupino di tematiche comuni. Molte aziende, italiane ed estere, possono mostrare interesse per una determinata ricerca e in questo caso le pubblicazioni e le conferenze sono fondamentali per poter dare visibilità al proprio operato ed attirare nuovi finanziamenti. La ricerca diventa in questo modo fonte di fama e prestigio per gli atenei dove si svolge con più successo, ed è anche uno strumento di crescita insostituibile che permette il progresso e la scoperta di nuove tecnologie. Anche a livello culturale il ruolo dei ricercatori è importantissimo poiché le materie umanistiche, ancora oggi e a distanza di tempo, continuano a rivelare moltissime preziose informazioni di fronte alle nuove analisi di archeologi, storici, linguisti e letterati.

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Bologna città universitaria e i suoi luoghi: nei dintorni di via Zamboni…

La città universitaria bologneseBologna è una sede universitaria storica di grande prestigio sia a livello nazionale che internazionale, la sua struttura urbanistica si presta bene per l’accoglienza degli 80 mila studenti che rendono le vie del suo centro sempre allegre e animate.

Via Zamboni a Bologna

Via Zamboni è una strada situata nel centro di Bologna che ospita i portici dell’università così come l’ingresso a diversi palazzi storici, questo è il luogo principale in cui si svolge la vita cittadina degli studenti. L’Università degli Studi di Bologna si trova all’interno degli edifici di Palazzo Poggi, intorno al quale, lungo la stessa via, è possibile trovare alcuni musei come quelli di Geologia e Mineralogia, le biblioteche, il palazzo della Provincia ed altri edifici amministrativi e religiosi di rilievo. La via consente l’accesso ad alcune piazze che diventano a loro volta luoghi di ritrovo privilegiati per gli studenti dell’ateneo, quindi tutta la zona toccata da via Zamboni identifica i dintorni del quartiere universitario vero e proprio. Il sindaco e la Regione Emilia Romagna, in virtù di questo spirito di accoglienza consolidatosi in seno all’istituzione dell’Università, nel 2011 hanno deciso di candidare la città per le Universiadi del 2017, evento sportivo di portata mondiale organizzato dalla Federazione Internazionale degli Sport Universitari. L’Italia vanta una lunga tradizione in questo ambito in quanto ha ospitato molte volte la manifestazione, soprattutto a Torino. Anche se la selezione finale ha stabilito la sede delle Olimpiadi Universitarie a Taipei (capitale di Taiwan), Bologna, insieme al suo ateneo, rimane il simbolo della città universitaria per eccellenza.

L’Università di Bologna e la sua storia

Bologna è la sede della prima università nata nel mondo occidentale: di poco precedente a quella dell’Università di Parigi, la sua data di fondazione risale al 1088 sotto il nome latino di “Alma mater studiorum”. Gli antichi natali e l’impegno costante nei secoli che lo rendono tuttora uno degli atenei italiani più virtuosi, gli hanno garantito un grande prestigio anche a livello internazionale. La sua fama è stata accresciuta anche dalla presenza di personaggi di spicco della cultura fra i numerosi docenti che si sono succeduti dalla sua costituzione fino ad oggi, tra cui Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e dal 2008 anche Umberto Eco. Per queste ragioni la città è stata sempre meta dei giovani attirati dal prestigio dell’Alma Mater, così che ha finito per sviluppare fisiologicamente la forma di una città universitaria. Di conseguenza la sua struttura, ormai attrezzata all’accoglienza di numerosi studenti spinge i giovani a sceglierla come sede dei propri studi. Dal punto di vista dello stile di vita che offre, si può dire che la città sia letteralmente a misura di studente, sia per quanto concerne lo studio che i divertimenti. Il quartiere universitario è ormai talmente integrato nella vita cittadina che sarebbe difficile, se non addirittura impossibile, immaginare la città con una conformazione differente. Da parte loro i cittadini vivono il rapporto con gli studenti in modo sereno, considerandoli una sorta di caratteristica imprescindibile che rende la città unica e più allegra.

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